Il cuore di Nick Cave

Il cuore di Nick Cave

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mercoledì, 08 novembre 2017
Eventi

Sospensione. E’ una parola che sa di rilascio, di tentativi di elevazione dal dolore e dal caos, di un momento in cui si osservano le cose dall’alto e si comincia a fare i conti con sé stessi ed i propri demoni. Nick Cave si trova sospeso sopra di noi, fisicamente e spiritualmente. Guardarlo ti consente di condividere pensieri ed emozioni ed universalizzare le nostre disperazioni più profonde. Ma Nick Cave è anche la dimostrazione vivente che si possono vivere migliaia di vite in una sola, che si può arrivare nell’anfratto più profondo del proprio inferno personale e resuscitare pubblicamente diventando un profeta rock in grado di attrarre a sé come una calamita corpi ed emozioni di chi lo osserva.
Sospensione e dramma; non solo quello personale che lo ha segnato profondamente e che continuerà a segnarlo per il resto dei suoi giorni ma anche quello artistico che è diretta conseguenza del primo e che è l’unico modo per confrontarsi coi demoni del proprio animo. Canta, si muove, coinvolge la folla come l’impersonificazione della verità, si lascia toccare da mani adoranti che lo cercano come si cerca un miracolo, che puntano al suo battito del cuore per certificare che il dolore può piegarti ma non annichilirti.
Per due ore e mezza, Nick Cave e quella macchina da guerra sonora che risponde al nome dei Bad Seeds hanno avuto in pugno tutto lo spettro delle emozioni umane della Kioene Arena di Padova. Hanno preso quattromila cuori e li hanno rivoltati come calzini. Li hanno scossi dalle fondamenta, li hanno travolti sulla strada della redenzione, come se idealmente le poche mani che raggiungono e toccano il cuore di Nick Cave fossero le ambasciatrici di tutte le altre che non hanno avuto quella fortuna. E possiamo solo immaginare che razza di emozione sia stata sentire il battito di quest’uomo che ha riversato in Skeleton Tree la disperazione della perdita di un figlio. La scaletta è figlia di questa disperazione. Che si sublima ad un livello immensamente più alto, che diventa una straordinaria rappresentazione tragica e rabbiosa, dolce e malinconica. Piena di quel tenero amore che solo chi ha sperimentato il dolore vero è in grado di proporre: è perfettamente in grado di riconoscerlo tra tutti i surrogati d’amore che si possono trovare nelle esperienze umane.
Cammina sopra la testa degli spettatori, Nick Cave. Li cerca, li coinvolge come forse mai aveva fatto prima nella sua carriera. Capisce che chi lo guarda ha una voglia matta di fargli sentire che non è mai stato solo, si abbevera della sua perversione musicale, delle sue immagini violente (“From Her to Eternity”, “Red Right Hand”), dei suoi aspetti più teneri (“Into My Arms”, “Girl In Amber”, “The Ship Song”), di imminenti apocalissi e riferimenti biblici (“Anthrocene”, “Tupelo”, “Jesus Alone”, una incredibile “Stagger Lee”), di tutto ciò che lo racchiude. Un concerto che poi si chiude con “Push The Sky Away” dove decine di persone prese e messe sul palco si siedono ai suoi piedi e lo ascoltano declamare la nuova parola, come un nuovo Cristo nel discorso della montagna. Dunque, sospensione ma anche rivelazione. E all’improvviso diventiamo i suoi apostoli, con i Bad Seeds che lo seguono fedelmente e con un Warren Ellis sempre più padrone del processo creativo e degli arrangiamenti. Nota a margine: il basso di Martyn Casey è un mantra ossessivo ed inquietante capace di farti sprofondare nel tuo abisso senza che tu te ne renda minimamente conto.

Due ore e mezza di che sono un reset dei propri sentimenti. Dove non esiste distanza tra dentro e fuori di noi e dove tutto si lega, si incastra alla perfezione come un terrificante ed affascinante puzzle. Ci sentiamo partecipi appieno di tutta la magia piovuta sopra le nostre teste. Quella magia umana che nasce dalle esperienze che più ci segnano e che ci portano a compiere gesti sempre più importanti e significativi. E Nick Cave è pieno di significati: per l’artista immenso che è, per ciò che ci ha sempre voluto comunicare con la sua opera, per come a 60 anni si possa essere sempre in grado di lanciare il proprio cuore in mezzo alla gente e riceverne altri migliaia indietro, ricolmi di gioia.
Ci guardiamo tutti negli occhi quando le luci si riaccendono, 8000 occhi che cercano di scavare l’uni negli altri e di trovare segni indelebili del passaggio di questa visione davanti a noi. Ci troviamo da qualche altra rispetto a quando siamo entrati. Siamo in sospensione anche noi.

Alberto Niccolai

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