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Primavera Sound 2016 Hangover

Scritto da il 12 Giugno 2016

Non è facile per me scrivere del Primavera Sound, specialmente dell’edizione 2016, quella appena trascorsa. Non lo è perché, da speaker radiofonico e da “uno che scrive di musica” dovrei attenermi a dei canoni prestabiliti: un report tecnicamente ineccepibile sui live e sull’organizzazione. No, non fa per me.

Potrete trovarne a centinaia di freddi live report. Io purtroppo (o per fortuna) il Primavera Sound non lo ascolto semplicemente. Lo vivo. A pieno. Il Primavera Sound mi smuove roba radicata profondamente nell’anima. Mi uccide e mi fa rinascere mille volte. Mi fa piangere, mi fa ridere e mi fa innamorare. È stato, è e sarà anche opportunità di crescita professionale. Il Primavera Sound è vita. E quest’anno lo è stato ancora di più degli anni scorsi.

Potrei parlarvi per ore dello straordinario live di PJ Harvey, della sua potentissima voce e dell’eleganza con cui Polly e band si sono presentati su quel palco (con gli orgogli italiani più che meritevoli di cotanto onore – Enrico Gabrielli e Alessandro “Asso” Stefana). Difficile invece trasmettervi i brividi di quando sono partite le prime note di “to bring you my love”.

Potrei raccontarvi cosa si prova a vedere per la prima volta gli Animal Collective (una delle mie band preferite) ma non è possibile.

E riuscireste ad immaginare 90.000 persone in silenzio mentre i Radiohead attaccano “Daydreaming”? Bhe è successo veramente…

È successo anche che con una birra e un joint ho sentito Brian Wilson cantare che “God only knows what i’d be without you” come fosse la gloriosa estate del ’67 a San Diego. Un sogno che si avvera tra la polvere di “Mordor” così come lo è stato attendere tutto trepidante l’attacco potente dell’elettronica di “Dance Yrslf Clean” arrivare poi e travolgerti violento e spensierato di fianco al tuo amico di sempre, quello con cui la canti in macchina a volume altissimo tornando a casa il sabato sera. Vedere gli LCD Soundsystem è un privilegio che tutti dovrebbero concedersi almeno una volta nella vita.

Potremmo dibattere per mesi senza venirne a capo su quale sia stato il live più bello di questa edizione del 2016: meglio gli Avalnches o Moderat? E i Sigur Ros con la loro impressionante scenografia? Per non parlare delle arcate sopraccigliari sanguinanti ai concerti di Ty Segall e di quella ragazza che gli ha urlato nel microfono “i wanna fuck you like an animal”. Cazzo, abbiamo tutti pensato che la sala Apolo venisse giù da un momento all’altro Domenica sera!
E poi le Savages, Floating Points, le lacrime ai Daughter e i ricordi ai Drive Like Jehu.

Potrei scriverne di pagine su ogni live ma non sarebbero abbastanza per trasmettervi le emozioni che si provano. Perché il Primavera Sound 2016 è stato si, grande musica live, è vero. Ma è stato soprattutto momenti di condivisione.

Ecco la parola che cercavo, quella che descrive meglio questo festival: CONDIVISIONE.

Qualsiasi aspetto di questo festival è condiviso, che sia un pranzo a base di polpo o il concerto dei Neon Indian, che siano perfetti sconosciuti dal Belgio o il tuo migliore amico. Tutto è condivisione. Pacifica. Spensierata. La stanchezza dei kilometri fatti da un palco all’altro è condivisa. Entrare al festival col sole e uscirne…col sole è condiviso. Le storie delle ex con cui ascoltavi i Deerhunter sono condivise.

Ecco in tutto questo io sono stato fortunato perché le persone con cui ho condiviso tutto questo sono meravigliose, sia gli amici di sempre, sia quelle conosciute giovedì. A tutte loro devo queste emozioni: non posso negare la depressione che ha accompagnato il ritorno ognuno alle proprie vite. È indescrivibile la voglia di rivedervi e la certezza che il Primavera Sound 2017 sarà ancora più bello.

Francesco Marinelli


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